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cincinnato
Noi siamo fatti della stessa materia dei sogni (W.Shakespeare)





"L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio, è incoscienza."












"A fine mese, quando ricevo lo stipendio, faccio l'esame di coscienza e mi chiedo se me lo sono guadagnato"





Scimmiottando M.L.King


Io ho un sogno.
Che tutti gli uomini possano sentirsi accomunati dal medesimo destino e possano in questo ritrovare le uniche ragioni della loro esistenza.

Io ho un sogno.
Che tutti gli uomini possano sentirsi viaggiatori nell’infinito dell’universo, e che possano desiderare di conoscere e comprendere i propri compagni di viaggio, con maggiore ansia di quanta, inutilmente, ne ripongano nel conoscere cosa c’è oltre quell’infinito in cui sono immersi.

Io ho un sogno.
Che tutti gli uomini possano avere coscienza che la luce di una stella, una qualunque di quelle che stanno guardando stanotte, potrebbe essere solo il riflesso di qualcosa che già non è più e che questo li facesse sentire come molecole della medesima sostanza.

Io ho un sogno.
Che gli uomini non desiderino più l’immortalità fisica ma che imparino a dare con naturalezza un senso ad ogni stagione della loro esistenza, considerandone il fine ultimo semplicemente per quello che è: vivere in pace e serenità il proprio ciclo vitale, in comunione coi propri simili.

Io ho un sogno.
Che ogni uomo, in ogni momento della sua esistenza, non perda mai coscienza della gioia e della sofferenza che nello stesso momento si stanno consumando nel mondo e che li senta un po’ anche suoi.

Io ho un sogno.
Che il dolore,la sofferenza, l’ingiustizia possano essere vinte con miliardi di piccoli atti, compiuti da miliardi di uomini a favore di altri miliardi di uomini, e che ciascun atto possa essere allo stesso tempo infinitesimo ed infinito, nella sua grandezza.

Io ho un sogno.
Che questo sogno si realizzi perché noi, alla fine, capiremo che “siamo fatti della stessa materia dei sogni (W.Shakespeare)”.




 

25 maggio 2014
25/05/2014 ELEZIONI EUROPEE
BUUMMMMM!!!!!!!!!



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8 maggio 2008
Occasioni da non perdere.....
 Senza se e senza ma.........




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11 gennaio 2008
Primati
 

Povero Agostino: passerà alla storia come l’unico dirigente Rai, dalla fondazione dell’Eiar, rinviato a giudizio per non aver respinto le raccomandazioni di un politico. Tra cinquant’anni, quando i cronisti di quest’epoca narreranno di Agostino e di Incantesimo, i lettori non rideranno a crepapelle soltanto se il cronista riferirà che, probabilmente, non era stato inquisito per il fatto in sé ma solo per aver puntato sul politico sbagliato.

I pubblici ministeri, dal canto loro, avevano anch’essi tentato di passare alla storia come quelli che chiusero l’indagine più veloce che le cronache della repubblica ricordassero: poco più di un mese. Ma avevano fatto male i conti. Infatti, i PM incaricati di riaprire le indagini sul caso Visco-Speciale, li avevano battuti alla grande. Alla fine di quel magico 2007, tra il reincarico del GUP e la proposta di proscioglimento, avevano impiegato solo qualche giorno, Natale, Capodanno ed Epifania inclusi.

E il popolo ingrato continuava a lamentarsi per la lentezza della giustizia.




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6 gennaio 2008
Memoria storica

Stasera il TG5 ci informava che, all’ultimo concorso per l’accesso in magistratura, sono stati bocciati migliaia di concorrenti per banali errori di ortografia. Sembra che il livello medio dei partecipanti fosse talmente mediocre che su trecentocinquanta posti da assegnare, per oltre quarantamila concorrenti, ne siano rimasti vacanti almeno una cinquantina.

E qui, oltre al solito sorriso amaro, viene spontanea una considerazione: questo paese, che ormai non riesce più a provare nemmeno un sentimento primordiale come la vergogna di sé, ha rimosso dalla sua memoria storica persino il fatto che, una ventina d’anni or sono, annoverava tra i suoi magistrati migliori, uno che, oltre probabilmente a non saper scrivere, non sapeva (e non sa ancora) nemmeno coniugare i congiuntivi. Ormai siamo al dessert.




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18 settembre 2007
Sobrietà fassiniana


Stipendi dei parlamentari, alt di Fassino

<<Credibilità dei politici legata alla loro sobrietà. Il privilegio irrita i cittadini>>


Caro Fassino,
anche un solo parlamentare per nucleo familiare dovrebbe essere indice di sobrietà. E se proprio non si può spegnere il fuoco della passione politica,  due deputati al costo di uno potrebbe essere una soluzione di sicuro apprezzata dai cittadini. I quali, però, si irritano ancor più - o se vogliamo dirla com'è si incazzano come iene - quando si sentono prendere per le terga (leggi culo).
La prima morale è l'esempio. Quello proprio, non quello degli altri.
Continuate pure così, tanto prima o poi rivoteremo. Ma abbiate almeno il pudore di non lamentarvi se ormai, a riempire le piazze della politica, sono rimasti soltanto i comici.




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20 giugno 2007
Tentazioni inconfessabili
 

Fuori dai palazzi della politica incomincia a spirare un’aria tempestosa, da lancio di monetine: lancio spontaneo, però, non come quello dell’altra volta. Cosa lo fa pensare? Dopo i Fori Imperiali, Trento, Noto, ieri Prodi è caduto ancora, ma questa volta sotto fuoco amico: quello dell’assemblea di Confesercenti. E ci si chiede, a questo punto, se l’uomo sia ormai da considerare più incapace o più perdente. O entrambe le cose assieme.

Dopo aver avuto la fortuna di trovarsi nel borsellino entrate inaspettate in misura cospicua, è riuscito ad inimicarsi, con una politica fiscale ridondante, tutte le categorie produttive del paese e, ciò che è più grave, il meglio della sua classe media, il nocciolo duro che gli aveva dato il suo consenso incondizionato, per far tornare in auge il primato della politica con la p maiuscola e modernizzare finalmente un Paese che, se non fosse in Europa, sarebbe ridotto a rango inferiore di una repubblica delle banane.

Ha messo a gestire la nostra economia un insipido lobbista di lungo corso, di personalità indefinita persino sul luogo di origine, assolutamente incapace di un minimo di comunicazione col resto delle istituzioni, oltre che col Paese. Come se non bastasse, gli ha dato come vice l’ultimo stalin-boy disponibile sulla piazza planetaria, quel succiasangue della classe media che si lascia passare sotto il naso miliardi di evasione sulle macchinette videopoker e continua a lambiccarsi quei tre etti di cervello che si ritrova sugli studi di settore, per spremere un po’ di soldini in più a quelli che le tasse le pagano già.

D’altronde, non ci si poteva aspettare altro da uno che ha avuto la sfrontatezza, dopo essere stato privato della delega sulla GdF, di andarsi a sedere e in prima fila al passaggio di consegne tra Speciale e D’Arrigo, senza fare neanche un plissé alle attestazioni di stima, calorose ed enfatiche oltre ogni ragionevole aplomb istituzionale, riservate da quest’ultimo al suo collega licenziato. Roba da mettersi la dignità istituzionale, oltre a quella di essere umano, sotto i piedi, senza neanche un accenno di rossore alle gote.

Ma, tornando al nostro sfigato premier, anche il resto degli uomini di cui si è circondato, quelli suoi per capirci, non si è dimostrato da meno: uno, il suo consigliere economico, è caduto sull’affaire Telecom, l’altro, il portavoce del governo, ca va sans dire, è rimasto in bilico sulle tette al silicone di un transessuale da marciapiede.

Ha un vice, ministro degli esteri, che va in giro per il mondo a stringere mani ai terroristi, un altro che, con i chiari di luna che corrono, non riesce a fare di meglio che inaugurare mostre del cinema ed eventi culturali.

Si fa bacchettare dal Governatore della Banca d’Italia per le sue frequentazioni con qualche lobby di banchieri a cui, i soliti maligni bene informati, sussurrano stia consegnando, su un piatto d’argento e con una cospicua dote di danaro pubblico, quella ciofeca di Alitalia.

Ha fatto mettere in cantiere dalla povera Rosy Bindi, una delle poche figure da salvare di questa ammucchiata di dilettanti allo sbaraglio, un progetto di legge di grande valore civile e lo lascia a marcire in parlamento perché non ha il coraggio di assumere una posizione netta sulla laicità del nostro ordinamento E di tanto in tanto, prende a guanciate sulle nocche quella pletora di nullità di cui si è circondato, stabilendo punti prioritari ed imprescindibili impegni su cui articolare l’attività di governo, che finiscono puntualmente in coriandoli e barchette, durante inutili ed inconcludenti sedute di “gabinetto”.

Eppure sarebbe bastato così poco: Monti, Giavazzi e Boeri tra economia, finanze e ragioneria dello Stato, Amato a rappresentare l’Italia in giro per il mondo in maniera un po’ più dignitosa, una collocazione della zavorra che si è dovuto portar dietro in posizioni più defilate, l’istituzione di un “superministero per il controllo della spesa pubblica”, fatta con un po’ di magistrati contabili e una manciata di carabinieri e finanzieri, il tutto coordinato da Milena Gabanelli e dallo staff di Report, gente che avrebbe saputo dove cercare a colpo sicuro, e come sanare tutte le ferite che stanno dissanguando il Paese.

Forse, in questo modo, non avremmo avuto la felicità che pretendeva di dispensarci ma, almeno, non saremmo stati assaliti ogni mattina, all’apertura dei quotidiani, dal turpe desiderio di rimettere in corsa Berlusconi, Fini e Tremonti.




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13 giugno 2007
Evasori in gamba
 

Prendiamo nota:        oggi    ci dicono        che l’evasione fiscale ammonta a 270 miliardi di euro l'anno.
Dunque, facendo i soliti quattro conti della serva, considerando che i contribuenti italiani (persone fisiche) sono circa 23 milioni e che i lavoratori dipendenti sono 17 milioni e loro, poverini, non possono evadere perché pagano alla fonte, restano circa 6 milioni di potenziali cattivi, che sarebbero poi sempre i soliti lavoratori autonomi. Di questi 6 milioni, salviamone i 2/3 e diciamo che restano 2 milioni di cattivi. Poi abbiamo 4 milioni circa di aziende (consideriamole tutte persone giuridiche, per semplicità di calcolo) di cui salviamo l’onestà fiscale dei soliti 2/3, lasciando tra i cattivi circa 1,35 milioni di contribuenti. Dunque, quelli che intascherebbero quei 270 miliardi invece di darli allo stato, sarebbero circa 3,35 milioni di contribuenti, che evaderebbero circa 81mila euro l’anno a testa. Vista così, potrebbe anche essere plausibile. Ma, se consideriamo quei 270 miliardi di tasse evase ad un’aliquota media del 40%, concludiamo che questi 3,35 milioni di contribuenti sarebbero capaci di produrre e sottrarre al fisco, un valore di 675 miliardi circa, ovvero l’equivalente di più della metà dell’intero PIL 2006. Il tutto sotto gli occhi delle Dogane, degli Uffici IVA, delle Direzioni delle Imposte e della Guardia di Finanza. E di Visco.
Roba da fargli i complimenti!




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18 aprile 2007
Democrazia? - seconda parte - La fregatura del voto segreto
 

La segretezza del voto dovrebbe dare all’elettore la possibilità di scegliere i propri rappresentanti senza il rischio di subire costrizioni o, peggio, di essere oggetto di ritorsioni a causa delle sue scelte.

In realtà non è mai stato così: il segreto del voto è sempre stato il classico segreto di pulcinella, soprattutto laddove è particolarmente forte e radicata la gestione del potere con metodi clientelari.

Chiunque abbia fatto un po’ di politica attiva o semplicemente lo scrutatore, sa bene che, dalla cabina in poi, il controllo dei voti è sempre possibile, in particolar modo nelle piccole realtà territoriali, ma non solo.

Quando esisteva il voto di preferenza, i candidati così detti “scambisti” – quelli che ricorrevano alla pratica del voto di scambio, cioè tutti salvo i grandi leader - conoscevano sempre con esattezza il numero di voti che avrebbero conseguito, sezione per sezione, seggio per seggio. Ed era interesse di coloro che scambiavano i pacchetti di voti fare in modo che le cifre quadrassero sempre, se necessario, anche con nomi e cognomi.

Per non parlare di quei casi in cui il controllo si esprimeva (e si esprime ancora, purtroppo) addirittura su interi territori, per la triste influenza della criminalità organizzata.

Dunque, in questi casi, la segretezza del voto, lungi dal rispondere alle esigenze che l’avevano ispirata, ha assunto sempre più un ruolo di facciata.

Negli ultimi anni, poi, in parte per l'affermarsi dei sistemi di schedatura informatica, in parte per le diverse opportunità fornite dai cambiamenti sociali a dichiarare il proprio orientamento politico, non ultimo il meccanismo delle primarie, ha perso completamente significato. Salvo uno, che è poi sempre stato la sua vera ragion d’essere: spersonalizzare il voto, lasciare all’elettore la sensazione di esercitare il più alto dei diritti individuali, facendo però in modo che ogni suo effetto si esaurisca nel momento stesso in cui la scheda si adagia sofficemente nell’urna.

Ovvero: grazie per avermi votato, però ora levati dalle scatole e fammi godere i miei cinque anni di incassi. E tu non puoi nemmeno venire a farmi visita perché io, il tuo collegio, quello in cui sono stato eletto, non so neanche dove si trovi.

Non è serio. Non va bene. Induce nel parlamentare un senso di onnipotenza che, oltre ad essere deprecabile in sé, non produce nulla di buono. Consente per esempio a Mastella di dichiarare che se si va al referendum il governo è morto. Non perché abbia disatteso il mandato degli elettori, ma perché lui dovrebbe chiudere bottega. E vada pure a puttane il paese, ma la sua bottega no. Gli affari di famiglia sono affari di famiglia, alla faccia di quei trenta quarantamila imbecilli che hanno depositato nell'urna la scheda che gli ha attribuito il pass per le aule parlamentari.

No, così non va più bene.

Il voto deve essere palese. Il deputato o il senatore deve portare sempre con sé la lista dei suoi elettori: nome, cognome, indirizzo, professione e, non sarebbe male, con allegata una foto tessera recente. Giusto per non dimenticare che il potere che si ritrova ad esercitare non gli è stato attribuito per diritto di nascita e men che meno per diritto divino, ma dalla manifestazione di volontà di persone reali, che chiedono di essere governate, non derubate fino alle prossime elezioni.

E non basta: se il voto è palese, ogni elettore deve poter revocare il suo nel corso della legislatura. Così, quando il parlamentare è stato revocato da un numero di elettori sufficiente ad invalidare la sua elezione, lui va a casa e subentra al suo posto il primo dei non eletti.

E così via.

Oggi le grandi democrazie occidentali sono diventate delle società per azioni.

Il problema di chi fa le leggi e di chi le governa, è quello di amministrarle bene, fare profitti ed incrementare il patrimonio.

E non si comprende perché Tronchetti Provera possa licenziare Guido Rossi sei mesi dopo averlo nominato Presidente di Telecom e un elettore non possa revocare il voto al parlamentare che ha eletto, se questi dimostra di non essere in grado di curare i suoi interessi.

Le parrucche che coprivano le teste di quei geni illuministi che inventarono la democrazia borghese, devono incominciare ad essere spuntate prima che sia troppo tardi. Cioè prima che i seggi elettorali si svuotino definitivamente, provocando il default del sistema. 





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15 aprile 2007
Democrazia?

Diciamoci la verità: di questa democrazia rappresentativa alle vongole ormai non se ne può più.

Il tramonto delle ideologie, il definitivo superamento anche di quello straccetto di concetti di base che le avevano ispirate - società delle regole vs società dell’inclusione - l’ha resa un cadavere putrefatto che sopravvive a se stessa, sempre più slegata dai reali bisogni della società e dai cambiamenti incessanti che essa produce ormai solo spontaneamente. Da qualunque parte ti giri, ti rendi conto di essere diventato un pollo da spennare, la vittima designata di un sistema di potere autoreferenziale che cura prevalentemente i propri interessi.

Descrivendo la situazione politica nel nostro Paese (ma altrove, in Occidente, non deve essere molto diversa), un amico diceva che anche nelle piccole strutture locali, dove dovrebbero formarsi le nuove classi dirigenti, il popolo che le frequenta si divide in due categorie: quelli che campano di politica e quelli che aspirano a campare di politica. E i primi, sono molto attenti a produrre una selezione dei secondi, che sia funzionale al mantenimento del sistema. Chi aspira a far politica attiva, ad essere cioè, secondo quella definizione immaginifica quanto ipocrita, “elettorato passivo”, deve omologarsi al sistema di potere vigente, per esserne “degna” parte di ricambio.

In fondo, potrebbe obiettare qualcuno, qui da noi, più o meno è sempre andata così. Probabilmente avrebbe ragione ma ….c’è un ma:  perduto l’alibi delle ideologie, oggi vediamo questo stato di cose con una chiarezza mai avvertita prima. Al punto che, anche quelli di noi nati rivoluzionari e destinati, nella più classica delle iconografie, a morire conservatori, non riescono più nemmeno a sentirsi tali e finiscono preda del qualunquismo, unica “ideologia” rimasta, non in contrasto con la realtà, cui possa far riferimento una mente dotata di un minimo di razionalità.

Ciò che caratterizza questa democrazia, è obsoleto ormai da almeno una cinquantina d’anni. I suoi principi cardine sono stati partoriti da cervelli geniali, ma a coprire le teste che racchiudevano quei cervelli, erano le parrucche del settecento illuminista.

Il vero cavallo di troia con cui la borghesia ha fregato se stessa, poggia su due sole gambe: voto segreto e rappresentanza senza vincolo di mandato. E sono gambe talmente robuste, che il cavallo può tenere le altre due leggiadramente sollevate, nella medesima postura elegante e raffinata dei lipizzani che sfilano nell’arena.

Il fondo da “basso impero” l’abbiamo toccato con questa legge elettorale, una legge che ha formato il parlamento solo in base agli accordi di potere fra le segreterie dei partiti. Ha consentito di candidare mogli, amanti, fratelli, portaborse, nei collegi resi blindati dal gioco dell’opzione del capolista, senza porsi un minimo di scrupolo per i legami che avrebbero dovuto avere col territorio, senza un minimo di pudore per salvare almeno le apparenze, quelle di far sentire il cittadino elettore del “suo deputato” e del “suo senatore”.

Sarebbe arrivato il momento di dire basta. C’è un referendum su questa legge – vedere  http://www.referendumelettorale.org - che probabilmente ci chiamerà ad esprimerci, sempre che il sistema non riesca ancora una volta a salvaguardare lo statu quo,  col gioco delle clientele. Ma anche quel referendum, il cui comitato promotore è assolutamente bipartisan, non mi sembra sufficiente a modificare l’attuale stato di cose. Ne parlerò in un prossimo post. Nel frattempo, sarebbe interessante se i pochi lettori che passano da qui, lasciassero una loro impressione su quei due elementi cui facevo riferimento prima: voto segreto e rappresentanza senza vincolo di mandato.  Soltanto per aiutarmi a capire se le cose che penso al riguardo siano avvertite nello stesso modo in cui le avverto io. Grazie.




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29 marzo 2007
Leso integralismo
 

Se anche Ratzinger minacciasse di scomunicare i cattolici favorevoli ai DiCo, resterei sempre dello stesso avviso: una società veramente liberale non può impedire alcuna manifestazione di pensiero e, dunque, il Papa, la CEI e, via via, fino al prevosto dell'ultima chiesa di campagna hanno, a mio avviso, tutto il diritto di esprimersi, in particolar modo quando sono in ballo temi etici.

Anche il fatto di vincolare i parlamentari cattolici rispetto al contenuto delle leggi che il parlamento discute, è un atto, a mio avviso, legittimo. Per quanto la religione sia un fatto privato, appartenere ad una confessione ne impone l'osservanza dei precetti anche nella vita sociale. E mi sembra logico che chi decide sui precetti e ne controlla l'osservanza, faccia sentire la propria voce anche nei confronti di quanti, appartenenti a quella confessione, si occupano di formazione delle leggi. E' affidato poi alla coscienza di ciascuno agire nel modo che ritiene più giusto, in coerenza con le proprie convinzioni e con il mandato politico ricevuto dall'elettorato.

Certo, il Ratzinger o il Bagnasco di turno, potrebbero usare un po' di buon gusto ed attenersi, nei loro pronunciamenti, solo agli aspetti etici delle questioni, senza esprimere considerazioni sociologiche sugli assetti che una società pluralista intende darsi, rubando così il mestiere ai politici. Ma molto spesso non lo fanno, e tant'è.

D'altro canto, cosa possiamo fare noi laici per impedire questi richiami non richiesti su come dovremmo vivere, con chi, come e quando dovremmo scopare? Dovremmo forse mettere il bavaglio ai cattolici solo perché le loro gerarchie si dimostrano, ogni tanto, un po' scostumate?



Ciò che trovo, invece, decisamente disgustoso, è il risalto mediatico che viene dato ad ogni loro pronunciamento, in modo quasi provocatorio, apparentemente ispirato soltanto da una volontà di acuire, oltre ogni ragionevole limite, le tensioni tra istituzioni, laiche e religiose, e tra parti politiche di diversa ispirazione etica (sic!).

Sta di fatto che a me – laico e fervente agnostico - di ciò che dice Ratzinger o il suo nuovo presidente della CEI, non potrebbe fregar di meno come, credo, accada alla maggior parte degli italiani che, notoriamente, si dichiarano agnostici o, nella migliore delle ipotesi, cattolici non praticanti.

Le fonti di informazione confessionale, ad uso di osservanti e praticanti parlamentari e non, e per gli eventuali altri addetti ai lavori, esistono e sono più che sufficienti: Osservatore Romano, Avvenire, Famiglia Cristiana, Radio Maria, siti internet e chi più ne ha più ne metta, comprese le Parrocchie, come si usava una volta.

E allora, facciamo in modo che le gerarchie ecclesiastiche usino quelle. Come? E' semplice. Tutti gli altri media facciano il loro mestiere istituzionale, ovvero informino l'opinione pubblica su temi che interessano la sua generalità, Grande Fratello incluso, ed evitino di accanirsi, con dovizia di particolari che, spesso, sfiora il pettegolezzo, su temi che, avendo una valenza strettamente confessionale, riguardano soltanto una parte ben limitata della società.

Insomma, occuparsi un po' meno e, sopratutto, con minor ansia maniacale, delle esternazioni di Ratzinger, Bagnasco & soci, farebbe un gran bene a tutti: a noi laici, ai cattolici ed a loro.






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11 gennaio 2007
OFF TOPIC. Avviso a Cannonauti incauti

Da qualche tempo, due o tre frequentatori di questa piattaforma, continuano a pubblicare immondizia in cui il nick Cincinnato viene associato al nick Teddy, redattore (si scherza) del blog Topgonzo.

E sin qui, nulla da eccepire.

Questo è un mondo virtuale, dedito anche alla goliardìa, nel quale ironia e gioco hanno legittima cittadinanza. E anche se questi personaggi, più che ispirati da ironia e gioco, sfogassero così le loro frustrazioni quotidiane, Cincinnato accetta, ben volentieri, di fungere da pretesto utile ad alleviare le loro sofferenze esistenziali. Bisogna essere magnanimi con coloro a cui la vita reale riserva poche soddisfazioni.

Si dà il caso, però, che questi idioti pubblichino anche notizie che, false o vere che siano, riguardano la persona fisica, quella reale, per intenderci, che si serve di questo nick e che tiene aperto questo blog.

E qui qualcosa da eccepire c'è. Perchè, come tutti possono constatare, in testa a questo blog non è esposto il nome ed il cognome del titolare, una scelta di anonimato concessa da chi gestisce la piattaforma, di cui Cincinnato, come tanti altri, ha voluto usufruire.

Poiché, il titolare di questo blog è uomo di mondo, comprende che questi figli di un dio minore potrebbero non essere a conoscenza del significato reale del termine privacy. Ebbene, si informino in maniera approfondita. E provvedano a far sparire velocemente dalla piattaforma ogni notizia, vera o falsa che sia, che contravvenga alla volontà di anonimato espressa dal titolare di questo blog.

E sappiano che Cincinnato, o meglio, la persona fisica che usa questo nick, qualora si vedesse costretta alla querela, non cercherà vendette di tipo penale, ma solo cospicui risarcimenti economici, che si procurerà di incassare a costo di mobilitare tutti gli ufficiali giudiziari d'Italia, isole comprese. A buon intenditor....

L'incasso sarà devoluto in gozzoviglie, cui saranno invitati a partecipare tutti coloro che, in questa piattaforma ed altrove, gli hanno concesso il privilegio della loro amicizia.

E questa volta, considerato il numero degli idioti in ballo, potrebbe essere festa grande.




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11 gennaio 2007
 

Ieri sera a 8 ½ si respirava un'aria surreale. Un dialogo tra sordi, una commedia degli equivoci, in cui l'unica preoccupazione di tutti, conduttrice compresa, era quella di eludere una domanda di Ferrara, semplice ed essenziale, leit motiv di tutta la trasmissione: “Secondo Lei Saddam andava giustiziato?”.

Un filosofo illustre – Emanuele Severino – ed una giornalista brava ed obiettiva, sebbene troppo esposta dalla sua appartenenza – Fiamma Nirestein – non sono riusciti a dire, ad un consumato (nel senso letterale del termine) difensore dei diritti civili come Giacinto, ciò che andava detto : sì. Un sì motivato dal fatto che Saddam non era il balordo di turno che ha ammazzato la vecchietta di turno per pagarsi una dose, ma un tiranno feroce e sanguinario che ha oppresso nel terrore e nel sangue il suo popolo, per oltre due decenni.

Saddam non era un volto tra la folla, era un pezzo di storia del XX secolo, controparte della lotta tra i valori positivi della libertà, della democrazia, dello stato di diritto, contro la tirannia, l'oppressione, l'annichilimento dei diritti elementari dell'uomo.

E' in questa logica, a mio modesto avviso, che andava impostata la discussione.

A Giacinto che insisteva sulla teoria - assolutamente condivisibile, ma non fondabile su un paradigma assoluto: pena di morte=barbarie - che lo stato non può privare il cittadino della sua vita, si poteva obiettare che Saddam non era il cittadino, era il simbolo dell'oppressione, del terrore, del genocidio che intere popolazioni avevano dovuto subire per anni, a vantaggio del rais, della sua tribù e dei suoi sodali.

Mi è tornato in mente Sandro Pertini, che raccontava di quando il CLN Alta Italia diede l'ordine di catturare Mussolini e giustiziarlo sul posto, verità scomoda e discutibile, per una democrazia che tentava di rinascere faticosamente dalle ceneri della dittatura, venuta alla luce soltanto dopo decenni, ma assolutamente comprensibile per la importanza decisiva che ebbe nella pacificazione di un popolo dilaniato dalla guerra civile.

Probabilmente, la stessa cosa andava fatta con Saddam. Ma si dà il caso che furono gli Americani e non gli Irakeni a catturarlo. Sì dà il caso che i tempi siano cambiati, che le guerre si combattano anche con altre armi e che il rilievo mediatico sia una tentazione a cui è difficile sottrarsi, specialmente nella logica – per questo e per altro, perdente - con cui Rumsfield ha condotto questa guerra.

Ma da qui ad invocare, per Saddam, “Nessuno tocchi Caino”, in nome della civiltà giuridica e dello stato liberale, ce ne corre. Saddam era un tiranno sanguinario e andava giustiziato. E' una risposta che qualunque amante della libertà e della democrazia, che sia in grado di fare un minimo di distinzione tra cronaca e storia, dovrebbe poter dare senza esitazione.




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4 gennaio 2007
 

Che strana coscienza civile è la nostra.

L'esecuzione di Saddam ha messo letteralmente in subbuglio politica e media. Giacinto si è rimesso a dieta, Benedetto proclama la sacralità della vita umana (in fondo, anche Saddam fu un embrione), Romano condanna in nome della civiltà dell'uomo, Giorgio dà il meglio di sé ed osa l'inosabile, definendo l'iniziativa sulla moratoria della pena di morte in sede ONU, “un ottimo biglietto da visita dell'Italia per il suo recente ingresso nel Consiglio di Sicurezza quale membro non permanente”.

Dando uno sguardo alla stampa internazionale, si nota che, per i principali organi di stampa del pianeta, l'argomento è già superato: solo piccoli spazi alla notizia dell'esecuzione degli altri due condannati ed a quella dell'arresto della guardia che avrebbe filmato e diffuso l'esecuzione.

Nessuna manifestazione di sdegno, men che meno, dichiarazioni di principio. Le classi politiche dei grandi Paesi occidentali sono già tornate alle prese coi propri problemi: gli Spagnoli con Batasuna, i Francesi con le banlieu, i Tedeschi con il semestre europeo, mentre i sudditi di Sua Maestà Britannica stanno celebrando il successo del 14enne navigatore solitario.

Non intendo esprimere giudizi scontati sulla pena di morte, ma considerare la vicenda da un altro punto di vista, che mi sembra altrettanto coerente con la realtà nostra quotidiana.

E' vero, noi abbiamo dato i natali a Cesare Beccaria e mi sembra plausibile che ci si stracci le vesti per l'esecuzione di due o tre puzzoni, che si sono macchiati di orrendi delitti, in nome della civiltà giuridica e, perché no, della sacralità della vita umana. Nessuno tocchi Caino, mi sembra giusto, anche perché la teoria del Demian di Hesse, potrebbe rivelarsi veritiera.

Ma si dà il caso che demmo i natali anche Francesco d'Assisi che pure, realtà o leggenda che sia stato, qualcosa nel nostro immaginario collettivo l'avrebbe dovuta lasciare.

Eppure, per quel migliaio e passa di esseri umani che muoiono ogni sessanta secondi di morte prematura – molto, troppo prematura - condannati, senza neanche uno straccetto di processo, dalla fame, dalla mancanza di aspirine, da governanti rapaci, da pulizie etniche, e chi più ne ha più ne metta, nessuno avverte il bisogno di saltare neanche un cappuccino, nessuno ritiene doveroso rilasciare due righe di dichiarazione, fosse solo a Tele Paderno Dugnano o alla Gazzetta di Roccasecca.

Per la moratoria delle condanne capitali, seppur motivate da orrendi delitti, si faccia di tutto: ne va della della nostra civiltà.

E per la salvezza di quegli altri condannati, sicuramente innocenti, cosa si fa? Non è in gioco la civiltà giuridica, dirà qualcuno, e siamo d'accordo. Ma a quelle vite innocenti, uno straccetto di reciprocità con la sacralità di un embrione gliela vogliamo riconoscere?

Buon Anno a tutti. Si fa per dire.


 




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28 novembre 2006
da www.lavoce.info

27-11-2006
Più tasse e più spese: la Finanziaria 2007 dopo il primo assalto alla diligenza

Tito Boeri

Pietro Garibaldi

 

Sono passati due mesi dal varo della Finanziaria da parte del governo. Nel frattempo c’è stato, come previsto, l’assalto alla diligenza. Dopo l’approvazione in prima lettura della Camera e il voto del Senato sul decreto fiscale è il momento di fare il punto sulla composizione della manovra. Avevamo scritto a settembre che il rientro dal disavanzo eccessivo avveniva quasi solo sul lato delle entrate. Adesso l’aggiustamento è unicamente basato sulle tasse. La spesa non solo non si riduce, ma aumenterà fino a quasi 7 miliardi rispetto allo scenario a bocce ferme. Il contrario di ciò di cui il paese aveva bisogno.

No tagli? Più tasse!

La tabella qui sotto riproduce le cifre della manovra dopo il primo passaggio in Aula. Riportiamo le stime del governo per il 2006 e per il 2007 "a bocce ferme" (il tendenziale), senza la Finanziaria. Poi le stesse grandezze alla luce della manovra. Come si può vedere, il miglioramento dei conti pubblici rispetto al tendenziale è dovuto solo all’incremento delle entrate. La spesa non diminuisce. Anzi aumenta e non di poco: fino a 6,8 miliardi di euro, circa mezzo punto di Pil. Questo significa che il prelievo dovrà aumentare di più di quanto richiesto per rispettare gli impegni presi in Europa. Quel "di più" serve a coprire le maggiori spese previste dalla manovra.
Vediamo come si può arrivare fino a 6,8 miliardi di spese aggiuntive. Il governo (e il Parlamento a questo punto) prevede un incremento della spesa di 870 milioni. A questa cifra vanno però aggiunti i vari ticket sanitari contemplati dalla manovra (1,2 miliardi). Sebbene una discutibile convenzione contabile li classifichi come riduzioni di spesa, il ticket viene pagato dai cittadini e, quindi, deve essere assimilato a una maggior spesa finanziata da maggiori prelievi contributivi. Inoltre, non ci sembra corretto ignorare il fatto che il Patto di stabilità interno impone agli enti locali che non fossero in grado di ridurre le spese di ricorrere alle addizionali Irpef. In questo caso il prelievo potrebbe aumentare di altri 3,2 miliardi.
Infine, bisogna tenere conto dell’accordo raggiunto sul rinnovo del contratto del pubblico impiego, scaduto da ormai 10 mesi. Questo accordo contempla incrementi salariali per circa 3 miliardi a regime. È stato presentato dal sindacato come esigibile da subito. Ma le stime del governo prevedono che le risorse per il contratto siano a disposizione solo nel 2008, quindi siano esigibili solo da allora. A chi credere? Potrebbe anche trattarsi di un accorgimento per prendere tempo, come avvenuto spesso con metodi poco trasparenti nella passata legislatura (dove si prorogava la vacatio contrattuale per spostare risorse da un esercizio all’altro). Nel dubbio preferiamo iscrivere almeno la metà degli incrementi previsti a regime nel bilancio 2007.

Il conto potrebbe salire

Sono ora al vaglio dell’esecutivo (verrà d’ora in poi richiesta la controfirma di Prodi su ogni emendamento) altri cinquanta emendamenti per circa 500 milioni di euro. Almeno la metà di questi "ritocchi" contempla una crescita delle spese (in particolare quelli su "Mezzogiorno e sicurezza" e su "scuola e ricerca"). Dunque, il conto potrebbe salire nel corso del secondo passaggio parlamentare.

Un giudizio sintetico

L’economia italiana è gravemente malata. Questa Finanziaria doveva dettare l’agenda di una politica economica per il suo rilancio in questa legislatura, riportando al contempo il deficit sotto il 3 per cento, come richiesto dagli impegni presi con Bruxelles. La manovra dovrebbe permetterci di centrare questo secondo obiettivo, ma solo attraverso l’incremento della pressione fiscale, che potrebbe aumentare fino al 42,2 per cento dal 41,4 del 2006, un anno di entrate boom, e dal 40,6 nel 2005. Nella gestione della spesa non si nota alcuna discontinuità con la politica di bilancio della passata legislatura che ci ha portato al disavanzo eccessivo. Dato che non si affronta il problema alla radice, è probabile che nuovi aumenti di spesa seguiranno agli aumenti di tasse secondo un ben noto e sperimentato meccanismo di "tax push".
La spesa aumenta perché non solo non si interviene per ridurre gli sprechi nel pubblico impiego, ma si concede un incremento di almeno il 5 per cento delle retribuzioni, dopo cinque anni in cui sono già cresciute quasi del doppio rispetto a quelle dei dipendenti privati. Al contrario degli accordi nel settore privato, si tratta di incrementi delle retribuzioni di fatto, non di incrementi dei soli minimi contrattuali (che sovrastimano l’incremento del monte salari complessivo, dato che le remunerazioni sopra i minimi aumentano di meno).
Non si interviene sulla spesa pensionistica, mentre si spostano accantonamenti per il Tfr all’Inps, un’operazione che non può che avere effetti una-tantum sulle entrate (sfruttando i primi sei mesi in cui il lavoratore deve decidere), ma che rischia di avere effetti permanenti nell’ostacolare il decollo della previdenza integrativa. I fondi raccolti col Tfr saranno molto probabilmente impiegati per finanziare i trasferimenti alle Ferrovie dello Stato. Dato che il passaggio del Tfr all’Inps comporta il passaggio da un sistema a capitalizzazione (pur virtuale) a uno a ripartizione, l’aumento della spesa in conto capitale viene in gran parte annullato dalla riduzione degli investimenti privati.
Il forte incremento della pressione fiscale (+ 1,6 per cento in due anni) rischia di strangolare la fragile crescita in atto (che comunque ci vede in ritardo rispetto al resto dell’Europa). L’unica discontinuità con la legislatura appena conclusa è che, questa volta, assieme alle spese, aumenteranno anche le tasse, in modo permanente. Si tratta per lo più (tranne il Tfr) di coperture vere e non una tantum.

&nb




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13 novembre 2006
Siamo tutti impazziti

Il premier dice che il paese è impazzito. A dire il vero, caro premier, il paese è incazzato, in special modo quelli che ti hanno votato perché tu potessi governarli. E poi è veramente da gaglioffi non prendere in considerazione l’incazzatura, perché, tanto, non si tengono elezioni a breve scadenza.


Quando, nell’ottobre scorso, andai a votare per le primarie (versando anche un obolo volontario), quando il 9 aprile scorso deposi le schede nell’urna sperando che nel Paese (con la P maiuscola) si restaurasse il primato della Politica (con la P maiuscola) non avrei mai immaginato di trovarmi catalogato sprezzantemente come impazzito.


Certo, non mi aspettavo altri sconti di tasse: del resto, quelli di Berlusconi, equivalenti, come disse qualcuno, ad un paio di mocassini Rossetti, li avevo già destinati ad opere di volontariato laico, visto che non ne avevo, per mia fortuna, alcun bisogno.


Mi aspettavo, invece, di vedere finalmente ridimensionate le mille corporazioni che infestano questo paese, compresa quelle che risiedono a Montecitorio e a Palazzo Madama, e che si concedono, oltre agli stipendi più alti d’Europa, anche il vezzo di una lauta pensione dopo due anni, sei mesi e un giorno di mandato. Mi aspettavo di vedere severamente colpiti gli interessi speculativi, quelle rendite parassitarie tanto aborrite dalla sinistra di una volta, a favore degli investimenti produttivi. Mi aspettavo che mettessi mano all’intreccio perverso delle “esternalizzazioni” nella sanità pubblica, dove (ce lo ha mostrato Report ieri sera), imperano cooperative di tutti i colori e di tutte le confessioni, con l’unico obiettivo di fare man bassa di danaro pubblico, mantenendo i dipendenti in uno stato di precarietà perenne e non pagando i contributi all’Inps.

Mi aspettavo una soluzione seria per il superamento del cuneo fiscale e non un baratto ricattatorio col tfr, a scapito di un’azienda che ha 51 dipendenti invece di 49. Mi aspettavo un rilancio dell’istruzione e della ricerca, un programma di asili nido e residenze universitarie, un programma serio per far tornare serie le nostre scuole. Mi aspettavo una nuova rottamazione nel settore auto, per favorire il rinnovo del parco più obsoleto e ridurre l’inquinamento che soffoca le nostre città. Mi aspettavo una redistribuzione seria della ricchezza prodotta e non il furto del tfr dalle tasche dei lavoratori dipendenti. Mi aspettavo che avessi sufficiente autorevolezza per fottertene dei banchieri di Bruxelles e combattere perché gli investimenti pubblici non venissero considerati spesa corrente e, se manovre finanziarie erano effettivamente necessarie per abbassare il debito pubblico, che si operasse con gradualità, senza strangolare il paese.


Mi aspettavo una politica di sviluppo serio, che tagliasse gli sprechi e favorisse lo sviluppo produttivo, una politica che desse speranze di riscatto a chi non ne ha e, a chi è più fortunato,  certezze di buon governo e di legalità.


Ecco, caro premier, era questo che mi aspettavo. Semplicemente perché era il programma che ci avevi promesso. Certo, non pretendevo che ci regalassi la felicità. Ma che ci dessi un paese più serio e più rispettabile, questo sì. Invece, non sei stato capace nemmeno di onorare l’impegno di rendere incompatibile il mandato parlamentare e quello di governo. I privilegi restano tali e, anzi, si amplificano a dismisura: già corrono le pubblicità radiofoniche sui fondi integrativi che saranno gestiti dalla triplice sindacale, migliaia di miliardi, quelli si, tolti dalle tasche dei lavoratori dipendenti, con la più bieca forma di ricatto. Sì, caro premier, perché la logica di opzione, che non tutti hanno ancora compreso, è o bere o affogare, o dare i propri soldi al sindacato perché li ricicli a vantaggio proprio e della politica, o vederli finire in quel pozzo senza fondo che è l’Inps.


Invece che i fortunati proprietari di Porche, Ferrari e super SUV, i soldi li tireranno fuori ancora i più poveri, quelli che hanno l’automobile più vecchia perché non possono permettersene una nuova, e così ti riprendi anche quei quattro soldi che gli hai concesso con qualche piccolo vantaggio fiscale in più. Nel frattempo, il sindacato che non sindacalizza le centinaia di migliaia di lavoratori dipendenti, falsi soci di cooperative, tornerà a rompere i coglioni  agli imprenditori che rischiano il proprio danaro.


E tu, dopo questo po’ po’ di merda sparsa in giro impunemente, mi vieni a dire che il paese è impazzito? Che non ti frega un piffero se il paese è incazzato, perché, tanto, non ci sono elezioni a breve scadenza? Te ne accorgerai, caro premier, te ne accorgerai.




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18 ottobre 2006

Quando esprimi punti di vista, lo fai sempre in termini di principio. Non vi sarebbe altro modo per assumere una posizione, qualunque sia il tema in discussione. Ma, quando il caso ti pone – o, meglio, ti fa sentire – in contiguità quasi fisica con la realtà su cui ti stai esprimendo, in quello stesso istante senti vacillare le tue certezze.


Quando ho scritto il post qui sotto, non immaginavo neanche lontanamente che Piergiorgio Welby tenesse un blog su questa piattaforma. Qualche giorno dopo, passando da Frine, ho capito chi fosse in realtà Calibano. E mi sono preso qualche settimana sabbatica. Era questa - cari amici che me lo avete chiesto - la ragione della mia assenza.


Poi, sono passato da Lui e, fra tanti interventi, tutti emotivamente molto coinvolgenti, ne ho trovato uno che mi ha particolarmente colpito. Mi prendo la libertà di incollarlo qui sotto, sperando che l’Autore non me voglia.

 


“Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.”


 


Le considerazioni che avevo fatto nel post “Eutanasia e libertà”, erano sostenute dall’esperienza personale.


Sono troppo in là con gli anni per non aver attraversato anch’io, come persona cara a qualcuno, quei percorsi di cui parla Welby. E, purtroppo, so cosa significhi staccare una spina – o assumersi la responsabilità di una dose di morfina in più, fa lo stesso - quando gli occhi del paziente, che è anche chi ti ha messo al mondo, ti implorano di porre fine alle sofferenze di un malato terminale di cancro.


Facevo solo una riflessione su chi e come debba potersi assumere quella responsabilità. E, probabilmente, il ricordo della difficile esperienza vissuta, mi ha preso la mano. “Troppo drastico”, ha commentato Frine. Sono d’accordo. Troppo drastico. Ed allora, provo a riproporre la sostanza del discorso in modo più mite.


Durante il dibattito sulla P.M.A. ho sempre sostenuto che definire un embrione “essere umano” era, dal mio punto di vista, un’aberrazione. Semplicemente perché non avrei mai potuto amare né odiare un vetrino, inteso come semplice espressione biologica, senza vissuto e senza storia.


Di fronte all’eutanasia, al contrario, non riesco a considerare un essere umano in maniera assolutamente neutra, un vetrino metaforico, insomma, una semplice entità vegetativa che si può anche sopprimere, sebbene per sua volontà.


Sono un laico agnostico. Dio mi interessa solo dal punto di vista filosofico, non da quello morale. Ma, tralasciando le considerazioni sulla libertà che, in questo caso, hanno davvero scarso peso, mi chiedo cosa possa sentire, di fronte al problema, chi crede nell’anima, se io, che mi limito a credere in un modestissimo “intelletto etico”, avverto, di fronte al medesimo problema, un peso di coscienza enorme. Può un uomo chiedere ad un altro di porre fine alla sua esistenza? Può la legge stabilire il limite della sofferenza oltre la quale l’uomo che soffre possa chiederlo? Io credo di no.


Tutto sommato, meglio affidarsi, qualunque sia la responsabilità morale da assumersi, all’Antigone che vive in ciascuno di noi.


Un pensiero affettuoso per Calibano.




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25 settembre 2006
Eutanasia e libertà

Con tutto il rispetto per i casi venuti alla ribalta negli ultimi anni, da Coscioni a Welby, passando per le centinaia di altri  che non sono mai assurti agli onori della  cronaca,  ho sempre pensato che quello dell’eutanasia sia un falso problema. E chi combatte da entrambi i fronti la sua battaglia, dovrebbe chiedersi quanto vi sia, in quella battaglia, di autentica comprensione umana per la sventura dell’altro e quanto, invece, di pura contrapposizione ideologica.

Ciascun uomo è libero di disporre della propria vita come crede, e questo non è in discussione. Ma ciò non può comportare ope legis che, nel momento in cui abbia deciso di disfarsene e qualunque sia la ragione, debba essere un altro a farlo per lui.

Togliersi la vita, non richiede competenze “tecniche” specifiche. Si può fare in mille modi e richiede l’ausilio di un altro solo se alla base della decisione assunta non c’è la necessaria determinazione per provvedervi personalmente. E se questa determinazione manca, vuol dire che manca la effettiva volontà di compiere il grande passo. E non mi si venga a parlare di impossibilità fisica perché un uomo condannato senza appello, non lo è da un giorno all’altro, e ha tutto il tempo per decidere e porre personalmente in atto le sue decisioni.   

Senza contare che chiedere l’intervento di qualcun altro per porre fine alla propria esistenza,  mette in discussione il valore stesso della libertà in base alla quale l’atto viene invocato, valore di cui ciascun uomo deve poter disporre fino in fondo, assumendo esclusivamente su di sé la responsabilità materiale e morale delle proprie scelte di uomo libero.

Per dirla in soldoni, chi ha deciso di farla finita sul serio, non ha bisogno dell’eutanasia.

Diverso è il discorso di chi si trova improvvisamente nella incapacità di intendere e di volere. Ma, in questo caso, il problema della libertà individuale, non si pone neanche.

Diverso, ma ben più doloroso e lacerante, invece, è il problema che riguarda i minori, in special modo i bambini in tenera età. In questo caso, però, non si può parlare di capacità ad esercitare un diritto di libertà e, dunque, nessuna legge veramente liberale può disporre, al posto dell’individuo stesso, della sua esistenza.

C’è un’ultima cosa da aggiungere. I medici sanno bene che oggi esistono terapie del dolore in grado di far sostenere interventi di chirurgia maggiore senza provare la minima sofferenza fisica.

Dunque, il problema residuo è solo quello della sofferenza morale. Detto questo, se qualcuno non vuol subire le umiliazioni cui il corso naturale della sua esistenza lo sottopone, la faccia pure finita. E’ un suo diritto inalienabile che nessuno può impedirgli di esercitare. Ma non pretenda che sia qualcun altro a farlo per lui, gettando lo scompiglio tra le coscienze di quanti attribuiscono al suo desiderio estremo di libertà, un valore diverso dal suo.




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14 settembre 2006
Agnelli e leoni

Il Premier è arrabbiato per la vicenda Telecom perché lui il mondo delle telecomunicazioni, quello gloriosamente cresciuto per una quarantina d’anni  e passa sotto l’egida di IRI-Stet, lo conosce benissimo.

Conosce quanto plusvalore e quanta innovazione tecnologica abbia prodotto, fino a giungere, seppur per poco tempo, al vertice mondiale della telefonia mobile.

Tutto ciò era stato il frutto di scelte imprenditoriali intelligenti e lungimiranti di un management serio e competente, che nulla aveva a che vedere con quel mondo di “boiardi di stato”, cui l’iconografia classica dei fallimenti IRI ci aveva abituato.

La Stet gestiva un impero economico che, oltre a produrre le risorse necessarie per sviluppare il proprio business, ripianava le perdite di interi comparti IRI, che avrebbero dovuto essere dismessi almeno venti anni prima di quanto avvenuto.

Poi venne la liberalizzazione del settore e quel grande finanziere nostrano, noto sulle piazze mondiali col nomignolo di “pirata”, si aggiudicò la licenza della seconda compagnia mobile. La sviluppò (bisogna dargliene atto), ma poi la vendette ed oggi è in mano agli inglesi.
Nel frattempo l’ENEL, invece di badare allo sviluppo del suo core-business - e dio solo sa quanto fosse necessario - si lanciava anche lei per le verdi praterie del nuovo mercato, mettendo assieme fisso (Infostrada)  e mobile (Wind).  Altri giri di valzer, fusioni, incorporazioni, per far finire il tutto, parte in mano ai tedeschi e parte in mano agli egiziani.
La terza licenza, quella UMTS, veniva acquisita da una cordata capeggiata dai magliari (nel senso di imprenditori del settore tessile, gli stessi che attualmente stanno tentando di liberarsi di Autostrade), con il suggestivo nome di Blu e girata immediatamente ai cinesi.

Nel frattempo Telecom veniva privatizzata e, invece di andare sul mercato gradualmente, per diventare una public company, passava in mano ad un ragioniere mantovano sostenuto dai debiti di un gruppo di “cumenda” d’assalto. Altri giri di valzer, scatole cinesi inserite in matrioske infinite e, alla fine, cessione del pacchetto di debiti all’astro nascente della finanza nostrana. Costretto ora a fare l’ultimo spezzatino del poco che è rimasto, per evitare il fallimento, e vendere i gioielli di famiglia all’ennesima cordata estera.

In tempi di mercato globale, il nazionalismo economico ha veramente poco senso. Ciò che ha senso, invece, è lo scoraggiamento che ti assale quando prendi atto che il grande neo-capitalismo nazionale è proprio una schifezza. Roba che, al confronto, gli agnelli ti sembrano leoni.




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8 settembre 2006
Le minigonne del Corriere

Ieri sera,  mentre guardavo il solito TG de La7, sono rimasto perplesso per un servizio in video, di una trentina di secondi, sul reporter di un’agenzia di stampa di San Diego (Ca) che, mentre svolgeva un’inchiesta su uno scandalo immobiliare, era stato aggredito dai titolari dell’agenzia, in quel momento oggetto delle sue attenzioni giornalistiche.

In quel momento mi sono chiesto se il fatto, seppur spiacevole e criticabile in sé, fosse degno di attenzione da parte di un telegiornale nazionale di un Paese che si trova all’altro capo del mondo. Ed ho pensato a qualche redattore in vena di originalità o alla necessità di riempire uno spazio svuotatosi all’ultimo momento, per far quadrare i tempi del palinsesto. Cose che accadono, mi sono detto, anche se per un TG che fa una discreta informazione, non è proprio il massimo.

Ferme a quel punto le mie considerazioni, stamattina ecco apparire sulla testata del Corriere on-line, nientepopodimeno che nella “Sezione Esteri”, un articolo sul reporter malmenato, con tanto di foto del volto insanguinato, nomi di persone e notizie circostanziate su luoghi e retroscena dell’accaduto, comprendente un link per guardare il video delle botte.

Beh, mi sono detto, allora non è un problema di palinsesti, ma proprio di qualità dell’informazione.

Possibile che una inezia del genere meriti la prima pagina, seppur dell’edizione on-line, del principale quotidiano italiano?  

E così, un po’ per celia, un po’ per verificare lo stato delle mie capacità di interpretare la realtà (lo faccio periodicamente per l’Alzheimer), sono andato a visitare i siti dei principali quotidiani europei. Niente di niente. Poi ho dato una scorsa a quelli americani. Niente di niente. Infine sono andato nel sito di FOX 6 News, l’agenzia per la quale il reporter stava svolgendo l’inchiesta e, provare per credere, non ho trovato non dico una foto, non dico un titolo, ma neppure un trafiletto in corpo 8, sull’accaduto.

Per un TG, passi. La fruizione del mezzo è diversa, più immediata, meno approfondita. Ma per il primo quotidiano italiano, le considerazioni da fare sarebbero ben altre.

Forse qualcuno più autorevole dovrebbe ricordare al Direttore, che condensò la sua politica editoriale nel “mettere le minigonne al giornale”, che la distanza tra minigonna e mutande è breve, molto breve. In questo caso, quasi inesistente.

 




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7 settembre 2006
Credeteci, non sono markette.

Caro GMR,

con persone come te è veramente difficile rimanere in una dimensione virtuale.

Ti ho invitato a farti vivo perché i temi che tratti ed il modo in cui lo fai, sono per me, ma non solo, un autentico piacere per la mente.

Detto questo, senza alcuna piaggeria ben inteso, ho la presunzione di pensare che il post che mi hai dedicato – e che considero, per me, un autentico privilegio – ti sia servito anche per vincere quella condizione di disagio che, come molti di noi,  avverti in questo momento: una sospensione della ragionevolezza, come dici tu, una confessione liberatoria che riconcilia con se stessi e ci fa tornare di nuovo consapevoli del “gioco che stiamo giocando”.

Hai ragione. Intorno tutto si snatura, tutto perde colore e passione, per precipitare nel buio del livore, o ben che vada, dell’indifferenza di tutti contro tutti.

Io credo che la ragione vada cercata nel pattume omologante che avvolge le nostre esistenze, al punto da toglierci ogni emozione ed ogni turbamento, persino rispetto ai soliti interrogativi esistenziali che ci siamo inutilmente posti fin da quando, o giù di lì,  assumemmo la posizione eretta.

Io sono più vecchio (tecnicamente, da ciò che leggo di te, potresti essere coetaneo di un mio figlio) e, dunque, per quanto intellettualmente poco attrezzato, posso contare su una ventina d’anni - sette ottomila giorni - in più di esistenza, trascorsi tra gioie, delusioni, soddisfazioni, incazzature, tutte cose che, alla fin fine, se non abbandoni mai la grinta di misurarti con la realtà, cercando di comprenderne anche i meandri più oscuri, alla fin fine, dicevo, una differenza la fanno.

Se vuoi vederla, la trovi in quell’aforisma che campeggia sulla testata del mio blog.

E non è un rifugio: è una certezza, una certezza che prima o poi, anche se nella dimensione temporale delle ere più che in quella delle epoche, darà i suoi frutti.

Caro Amico, se mi consenti l’esortazione, vinci la nolontà e torna a scrivere. La vicenda umana non si esaurisce nelle scialbe diatribe di un’epoca che ha perso il fascino del pensiero forte.

C’è tanto da dire e tu lo fai in modo piacevole, sensato, accattivante, mai banale. L’ispirazione è lì, a portata di mano. Basta volerla vedere. Mettendo mano, magari, anche ai sogni. Che sono parte della nostra realtà. Perché noi siamo fatti della stessa materia…………..

Tuo cincinnato (con la minuscola).


 




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5 settembre 2006
Sesso debole o privilegiato?

Ci sono principi che si sono fissati nell’immaginario collettivo in virtù di condizioni storiche ormai superate e che, nonostante il rapido evolversi dei costumi e delle convenzioni sociali che caratterizza il nostro tempo, restano stranamente immutati.

Mi riferisco al tormentone pensioni e, nell’ambito dello stesso, a quella condizione di disparità, a mio avviso divenuta incostituzionale, che fissa l’età pensionabile per le donne, a 60 anni, e per gli uomini, a 65.

Non se ne abbiano a male le signore ma la politica delle pari opportunità portata avanti negli ultimi due o tre decenni dai vari governi che si sono succeduti, ha dato frutti abbastanza significativi, tanto che non mi sembra di rilevare oggi forme di discriminazione sociale così gravi da giustificare il permanere di questa condizione di disparità.

In altri termini, se un tempo era logico riconoscere alle donne un trattamento più favorevole, in considerazione del fatto che, al carico di lavoro mercenario, diciamo così, si sommava quello altrettanto faticoso ed impegnativo di prestatore d’opera domestica, a titolo gratuito, oggi non è più così.

Le condizioni e le esigenze di vita sono mutate ed è molto difficile trovare oggi donne che lavorino a tempo pieno e, al tempo stesso, siano impegnate, senza alcun aiuto, nella operatività dell’andamento domestico. I mariti collaborano sempre più alla gestione della casa, i nonni, sempre più numerosi e sempre più in forma, sono tornati a svolgere quella funzione di riferimento e di sostegno che avevano nelle grandi famiglie patriarcali di una volta. E, se le condizioni economiche sono appena sufficienti – e se si dispone di un doppio reddito in genere lo sono – si ricorre anche all’aiuto della colf.

Inoltre, nel mondo del lavoro, la figura femminile è sempre stata equiparata a quella del minore, nel senso che lavoro femminile e lavoro minorile hanno sempre goduto, in virtù di una presunta maggior debolezza dovuta al sesso ed all’età, di condizioni privilegiate rispetto agli adulti di sesso maschile.

Questa diversa considerazione – che resta oggettivamente valida per i minori che, per altro, sono quasi del tutto spariti dal mondo del lavoro legale – poteva aver senso in una civiltà contadina in cui il ruolo della donna lavoratrice era secondario, in ogni caso, al suo ruolo di moglie e di madre; ma in una civiltà post industriale che vede la donna impegnata, al pari dell’uomo, in qualsiasi ruolo sociale, escluso forse quello del donatore di seme, davvero non ha più senso di esistere.

Infine, un’ultima considerazione, a mio parere, decisiva.

Non è un segreto che la vita media, allungatasi a dismisura negli ultimi decenni, vede sempre in vantaggio le donne rispetto agli uomini, e non di poco (83,2 anni contro 77,6 – dati Istat 2005 provvisori).

Dunque, sembra che il sesso debole siamo noi maschietti e che, inoltre, le nostre signore costino alla previdenza ben undici anni di pensione in più rispetto ai loro coetanei di sesso maschile. Lo so, è un discorso poco piacevole ma, se si vuole davvero intervenire con equità e giustizia sul sistema previdenziale, bisogna che qualcuno se ne faccia carico e dica chiaramente come stanno le cose.

Ora, se è vero che non possiamo per ovvie ragioni tentare di pareggiare la media, possiamo almeno ridurre, con un atto di giustizia, a mio avviso dovuto, il gap esistente e, magari, ripartire – o spalmare, come si dice adesso – i vantaggi ottenuti tra i lavoratori di entrambi i sessi o, meglio, tra quelli con regime previdenziale  meno favorevole.

Con un atto del genere, verrebbe sancito definitivamente il superamento di qualunque forma di discriminazione tra i sessi nel nostro Paese. E sarebbe bello se fossero le donne a promuoverne l’attuazione, con lo stesso orgoglio con cui, alcune di loro, in parlamento, hanno liquidato la questione ridicola e paternalistica delle quote rosa.




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31 agosto 2006
Il prof. Ichino e i nullafacenti

Per sgombrare subito il campo dagli equivoci, preciso che, per ragioni professionali, sono controparte e non sodale del sindacato. E, per quanto possa sembrare paradossale, è proprio da questa posizione che vorrei spezzare una lancia in suo favore, perché ritengo il sindacato uno degli elementi portanti dello stato di diritto e, anche quando il suo operato sembrerebbe muoversi contro la logica del bene comune, resta sempre un elemento insostituibile nell’equilibrio dei rapporti tra le diverse componenti di una democrazia.

Dunque, al prof. Ichino, che sul Corriere del 29 agosto se la prende con “Sindacati e nullafacenti” del settore pubblico, vorrei ricordare, innanzi tutto, che in tutte le imprese che si rispettino, l’organizzazione del lavoro e la sua produttività, non è un problema del sindacato ma dell’imprenditore.

Anche quando contratta la monetizzazione della produttività, il sindacato lo fa solo perché utilizza  uno strumento in più per portare soldi nelle tasche dei lavoratori, e non perché abbia in qualche modo a cuore gli interessi dell’imprenditore. Mancherebbe altro!

La logica dei rapporti di produzione, al di là di tutte le meline che si vogliono menare, è una sola: da una parte l’impresa, dall’altra il sindacato. L’impresa a curare la sua organizzazione, la sua efficienza, la sua modernizzazione, il suo mercato, i suoi profitti, avendo alla base l’indiscusso potere dispositivo dell’imprenditore, dall’altra il sindacato, a difendere, sulla base di un mandato di rappresentanza, i lavoratori, che sono tutti bravi, seri e professionalmente corretti, fino a prova contraria. Prova contraria che si esperisce con strumenti espressamente previsti dalla legge e che si chiamano contratto di lavoro, statuto dei lavoratori e giusta causa, o giustificato motivo, con il suo corollario normativo che comprende ristrutturazioni produttive, cassa integrazione e mobilità. E non si comprende perché nel settore pubblico le cose dovrebbero andare diversamente.

Non si comprende perché solo nel settore pubblico il sindacato dovrebbe assumersi l’onere di far funzionare la burocrazia, laddove lo Stato e gli Enti Locali si dimostrano, attraverso le loro emanazioni preposte a tali funzioni, assolutamente carenti.

Forse, più che col sindacato, bisognerebbe prendersela con i veri sponsor del pubblico impiego che vanno ricercati nella classe politica, indifferentemente di destra e di sinistra, a seconda dei settori e dei contesti territoriali in cui si va a rovistare.

Certo, nel settore pubblico la contiguità tra sindacato e politica è quanto mai stretto ma ciò non autorizza ad attribuire all’uno, responsabilità che ricadono quasi esclusivamente sulle spalle dell’altro.

Prima di chiamare in causa il sindacato per farsi aiutare a licenziare i nullafacenti, l’imprenditore-stato, regione, provincia o comune che sia, dovrebbe fare una seria autocritica e spezzare, una volta e per tutte, quella rete di complicità e di clientelismo che ha coperto per anni e anni inefficienze, sprechi e corruzione. Con la finalità di eliminare i nullafacenti facendoli produrre, non licenziandoli.

Francamente, dal prof. Ichino mi aspettavo qualcosa di più del solito, trito e ritrito, attacco al sindacato, difensore degli interessi corporativi dei disonesti a discapito del giusto riconoscimento agli onesti. Puzza di demagogia lontano un miglio e non introduce alcun elemento risolutivo che non sia quello, improbabile e poco auspicabile, dello scontro frontale, che fa tanto sognare il ceto medio silenzioso e riflessivo, ma che ha scarse probabilità di attuazione pratica, considerato, tra l’altro, che viviamo in democrazia

Forse, ripartire dal metodo dello spoils system,  con riferimento ai sistemi di gestione più che alle finalità di applicazione, potrebbe rappresentare una strada più concreta. Affidare a manager di fiducia la gestione di un’Azienda Stato regolata da contratti di lavoro di tipo privatistico, potrebbe cominciare a produrre qualche frutto più consistente delle solite minacce di voltar pagina una volta e per tutte che, alla fine, si rivelano sempre intrise di quella logica gattopardesca, con la quale, in questo Paese, da tempo immemore,  si pretende di “cambiare tutto perché non cambi nulla”.

E la proposta non andrebbe indirizzata al sindacato, ma alla classe politica. Che nella provincia in cui vivo io (centomila abitanti) per esempio, è stata capace di istituire ben undici comunità montane, con tanto di presidenti, consigli di amministrazione, dipendenti e bilanci milionari.

E lei che fa, illustre prof. Ichino? Con la puzza di marcio che ci avvolge da tutte le parti, invece di fare il professore, si propone, nell’era della concertazione e della cogestione, di organizzare magari un'altra marcia dei 40.000?

p.s. a causa della foga e dell'ora tarda, ho dimenticato la cosa più importante. le considerazioni esposte traggono origine da quanto scritto in proposito dall'amica Frine. E mentre apporto questa correzione, il cannocchiale ha di nuovo le doglie e non mi permette di mettere il link. Spero che Frine mi perdoni.




permalink | inviato da il 31/8/2006 alle 1:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
25 agosto 2006
Un doveroso chiarimento

Nel post qui sotto, ho definito l’Ucoii  “sedicente rappresentante di sedicenti comunità islamiche in Italia”. L’amico Jazztrain ha lasciato il commento che incollo di seguito, incluso l’emoticon di chiusura, per facilitare ai gentili lettori la comprensione della risposta che mi accingo a dargli.

 

commento di jazztrain   il 24/08/2006 18.08.17, 151.83.9.xxx

Ho visto il sito dell'UCOII.

E' una associazione nata nel 1990 il cui fine sarebbe quello di integrare i musulmani provenienti da tutti i paesi del mondo in Italia in ossequio alle nostre leggi.

Si occupa di questioni legali; organizza corsi di italiano, corsi di educazione civica etc...
Così dice il sito ufficiale della associazione.

Non voglio linkarlo qui perché il buon Cincinnato potrebbe accusarmi di fare spam.
Lo scrivo solo per dovere di cronaca e perché definire "sedicente" una associazione legalmente riconosciuta potrebbe creare qualche equivoco.:)

 

Caro Jazztrain,

considerato che frequenti il mio blog con una certa assiduità, cosa di cui sono molto lusingato, dovresti sapere che difficilmente faccio affermazioni per sentito dire o, peggio, per il semplice gusto di intercalare nei miei post, una battutina di spirito qui e là.

Il sito dell’Ucoii l’ho visitato anch’io e l’ho fatto, forse, in modo più approfondito di te, un po’ perché sono di comprendonio lento ma soprattutto perché, tra certezza e verità,  trovo più proficuo praticare la via dell’opposizione piuttosto che quella della corrispondenza tra le medesime.

Perché per me la verità, caro Jazz, è una cosa seria e va cercata attentamente, rifuggendo sempre dall’ipotesi che essa debba corrispondere necessariamente alle mie certezze. E tu che, se non ricordo male, mangi e digerisci pane e filosofia tre volte al giorno, puoi ben comprendere a che cosa io mi riferisca.

Orbene, tornando alla mia visita al sito dell’Ucoii, ho voluto vedere quali sono le comunità da essa rappresentate per capirne meglio la rilevanza, la espansione sul territorio e la reale consistenza, perché vedi, caro Jazz, la rappresentanza non è un fatto autoreferenziale, ma il frutto di un mandato fiduciario ricevuto.

A tale proposito, dovresti ricordare anche tu che un certo Adel Smit fu ospite addirittura di Porta a Porta, in una memorabile trasmissione in cui riuscì a far incazzare persino un uomo dialogante come Cacciari, autodefinendosi rappresentante di non so quale associazione di islamici, che si seppe, poi, essere costituita da lui stesso, moglie, figlio e suocera.

Memore di questo, oltre che a conoscenza di un certo andazzo che caratterizza da molti secoli i rapporti all’interno delle così dette comunità islamiche, in cui l’autoreferenzialità, seguita da inevitabili diatribe e massacri tra le diverse fazioni, è la norma,  per cercare di capire chi rappresentasse effettivamente l’Ucoii, oltre a Dachan, Piccardo e agli altri tre o quattro consiglieri d’amministrazione della onlus, ho clikkato sul link Elenco delle Associazioni .
Verifica un po’ tu stesso, di persona mi raccomando, che cosa è venuto fuori.

E poi, se ritieni opportuno, traine le debite conclusioni. Io ho tratto le mie e sono poco rassicuranti.

Con la solita stima.

cincinnato




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23 agosto 2006
Fascisti islamici e nazisti ebraici

Oltre ai morti, alle distruzioni, alla malafede e, sembrerebbe dalle cronache di ieri, anche all’incompetenza degli stati maggiori israeliani, l’ultimo conflitto in Libano ha generato una battaglia mediatica fondata su reciproche accuse di nazi-fascismo.

Ha cominciato Gorge W.Bush parlando di fascisti islamici, subito ripreso da autorevoli commentatori che hanno tentato in tutti i modi di stabilire equazioni di primo e secondo grado, tra i due fenomeni.

Ha proseguito l'Ucoii, sedicente rappresentante di sedicenti comunità islamiche in Italia, eletta al rango di sodalizio ufficiale, non si sa bene con quanta voce in capitolo, da un Pisanu che, come Ministro degli Interni, ne  ha imbroccato sicuramente di migliori, la quale, per bocca dell’imam (o ayatollah?) Piccardo, una specie di Adel Smith con la scuola dell’obbligo, attraverso un annuncio a pagamento su Quotidiano Nazionale, ha definito Israele uno stato nazista.

Mi si perdonino eventuali imprecisioni, la sostanza è più o meno questa.

Con tutto il rispetto per Carlo Panella - mi riferisco al suo articolo sul Foglio di qualche giorno fa - e per la sua indiscussa competenza in materia, e senza alcun rispetto per l’Ucoii e per il suo portavoce con la scuola dell’obbligo, sembra si sia fatta non poca confusione sul tema: in buona fede, nel primo caso, nella massima mala fede, nel secondo.

Io credo che il povero, caro Gorge W., che in quanto a capacità di analisi geo-politiche è tutt’altro che un Kissinger, abbia associato l’estremismo islamico al fascismo solo come riferimento elementare ed immediato al carattere totalitario ed illiberale di entrambe le ideologie.

Per ogni yankee che si rispetti, fascismo è sinonimo di privazione della libertà, la bestia nera che loro hanno sempre temuto più di ogni altra sciagura e che è rimasta nel loro immaginario collettivo come causa di una guerra mondiale, dalla quale sono usciti vittoriosi solo pagando un prezzo salatissimo in lacrime e sangue.

Dunque, credo che nessuna analisi ideologica abbia ispirato il giovin texano quando ha partorito la definizione. Si è trattato solo di un banale accostamento tra le due ideologie che da un secolo a questa parte, si sono rivelate, per il mito della frontiera, due autentiche e pericolose bestie nere.

D’altro canto, ai pochi accostamenti che si possono fare tra fascismo e islamismo, si oppongono molti  elementi che le rendono, dal punto di vista antropologico, sociale e culturale, in senso lato, addirittura agli antipodi.

Ne cito qualcuno - i valori di Patria e famiglia, l’atteggiamento verso il progresso e la modernizzazione, l’assoluta laicità dello stato e il suo fondamento materialistico,  i contenuti della politica sociale nei confronti della donna e del lavoro - per chiudere, a mio modesto parere, definitivamente la questione.

Diverso è il discorso dell’Ucoii che si inquadra, invece, in un'azione di propaganda tendente a privare Israele, agli occhi dell’Occidente, del suo ruolo indiscusso di avanguardia della democrazia in una parte del mondo troppo importante, dal punto di vista strategico, per essere lasciata alla mercé dei satrapi che la governano. E, nel contempo, tende a distrarre l’opinione pubblica europea da una verità sostanziale che caratterizza il conflitto medio orientale fin dalla sua nascita: che non esiste una questione palestinese - il cui Stato non interessa a nessuno - ma esiste una questione israeliana, abilmente camuffata da questione ebraica, con cui satrapi vecchi e nuovi, con il sostegno di sempre più ampie ed influenti oligarchie confessionali, combattono per la salvaguardia del loro medio evo.

Basta fare mente locale sul momento in cui sono scattate le ultime provocazioni a Gaza (immediatamente dopo il ritiro di Israele) e in Cisgordania (immediatamente prima) per capire che hanno la medesima valenza delle intifada, degli innumerevoli no di Arafat e dei rifiuti sempre opposti, per un coacervo di interessi di potere che nulla hanno, né hanno mai avuto a che vedere con quelli del popolo palestinese, ai mille tentativi che, a partire dalla sua fondazione, Israele ha fatto per stabilire una condizione di coesistenza pacifica nell’area.

Dunque, più che di lotta contro i fascisti islamici, io parlerei di lotta contro una piovra oscurantista che tenta di azzerare otto secoli di progresso dell’umanità. Forse la gente capirebbe meglio la natura e le intenzioni del nemico che le si è posto di fronte e, anziché lasciarsi suggestionare dalle mille trappole del relativismo culturale, si terrebbe più pronta ad affrontare le pesanti conseguenze che ci attendono.  




permalink | inviato da il 23/8/2006 alle 14:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
21 agosto 2006

Quando sei in ferie e ti trovi tra persone che conosci, diventa difficile estraniarti del tutto da ciò che accade fuori dall’ombrellone.

I vicini sanno chi sei, quali sono, più o meno, le tue convinzioni esistenziali e, poiché ti conoscono come uno che si sforza di interpretare la realtà oltre il limite delle sue scarse e labili certezze, non perdono occasione per sollecitare il tuo parere.

Devo dire, ad onor del vero, che l’estate scorsa il tutto si era rivelato molto piacevole: Berlusconi, perdente anche nelle elezioni condominiali, calava verso un tramonto offuscato dall’afa prodotta dagli attacchi di Follini alla sua leadership; nel mentre, tentava l’ultimo colpo di coda progettando quella legge elettorale che, invece di salvargli la pelle, avrebbe regalato al csx il governo del paese. E per me, lo confesso, era piacere autentico affondare lentamente, ma con mano ferma, il coltello nelle piaghe dei tanti berluscones delusi, che affollavano le spiagge della riviera di levante. Era un continuo discutere su riforme di liberalizzazione tanto promesse quanto disattese, di riduzioni di tasse utili si e no a comprare un paio di mocassini Rossetti o un pull di cachemere in più, di una economia che non decollava, di incrementi di fatturato che non coprivano neanche il tasso di inflazione. Tutti spunti che generavano discussioni da cui traevo un piacere autentico, ai limiti di quello che può riservare la lussuria più sfrenata ad un frate trappista. Bastava un semplice “…..ma cosa vi aspettavate da uno che, dopo  Nassirya, invece di andare sul campo a rassicurare le truppe, si rinchiude in una clinica svizzera per farsi un lifting?......” oppure “…..cosa pretendevate da uno che riceve un capo di stato della levatura di Tony Blair, presentandosi con una bandana ridicola, sotto la quale nasconde i segni di un tricotrapianto?........”  E bastava completare con “…..suvvia, non avrete mica creduto anche voi alla favola del Berlusca statista, vero? No, perché se è così, siete proprio dei mona….” per vedere subito gli occhi abbassarsi e i tentativi di polemica svanire in sorrisi tirati per il troppo imbarazzo.

Quest’anno, invece, è andata male per me, molto male. E per quanto abbia tentato di nascondermi cambiando prima ombrellone, poi spiaggia, ristorante e bar, i berluscones sono venuti a scovarmi senza pietà. E non ho avuto un giorno di tregua. Dalle dichiarazioni di Contedracula Visco, che dopo quaranta giorni da viceministro, pretendeva di assumersi tutto il merito per l’inatteso incremento delle entrate tributarie, al tormentone su Bertinotti alla festa di AN, per  non parlare degli auguri di buon compleanno al pappone cubano, è stato tutto un susseguirsi di frecciate e coltelli affilati. Non un colpo che si potesse solo tentare di schivare.

Ho cercato di difendermi con la conferenza di Roma e l’impegno di Prodi in sede ONU, e per qualche giorno, devo dire, mi è andata anche bene. Tanto che avevo ricominciato a sfotterli io, instaurando il gioco dello scambio delle “figurine”: vi do un Pecoraro, un Bertinotti e un Diliberto, in cambio di un Tabacci, un Follini e un Casini. Così, con quelli, riuscite a fare almeno un po’ di opposizione, visto che loro non sanno fare altro. Ma il giorno dopo, aprendo il Corriere ho visto D’Alema a braccetto con quelli di Hizbollah, ed è stato allora che ho deciso di anticipare il rientro. In alternativa, avrei dovuto cambiare riviera: ma quella di ponente era troppo vicina, e quella adriatica, proprio non mi piace……………Ed eccomi qua. Bentrovati tutti.




permalink | inviato da il 21/8/2006 alle 17:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (36) | Versione per la stampa
1 agosto 2006
........
Speravo di scrivere ancora qualcosa prima degli auguri di Buone Ferie a tutti, ma non ci sono riuscito.
Certo, non è che vi siate persi gran che.....
Grazie a tutti per l'attenzione. Ci rileggiamo a Settembre.



permalink | inviato da il 1/8/2006 alle 13:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
27 luglio 2006
Chiarimento tecnico con scuse....
Devo delle scuse ad amici e visitatori che nei giorni scorsi evavano lasciato commenti ai miei post, senza che comparissero. Uno di loro me lo ha gentilmente segnalato, per la qual cosa lo ringrazio. Sono andato in "gestione blog" e li ho trovati in attesa di approvazione.
Preciso che, per convinzione personale, non ho mai usato la blacklist ed ho sempre tenuto i commenti, anche anonimi, assolutamente liberi, sorbendomi anche gli spammer imbecilli, nella convinzione che, se esistono, devono di sicuro avere anche loro una funzione, seppur ancora da scoprire,  negli equilibri cosmici.
Dunque, la colpa è da attribuirsi alle doglie del Cannocchiale. Ho approvato tutti i commenti che adesso, mi sembra, compaiano tutti e, se a qualcuno sta a cuore, abbia pazienza ché presto risponderò.
Grazie a tutti e scusate ancora.
Cincinnato



permalink | inviato da il 27/7/2006 alle 15:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
27 luglio 2006
Guardiamolo bene....

......non lui in quanto lui, Luciano Moggi, già direttore della Juventus S.p.A., società quotata in Borsa, vincitrice di tutto il vincibile esistente nel mondo del calcio, con grande bravura, per carità ma, sembra, anche con l’ausilio di qualche arbitro compiacente.

Non lui, in quanto cerniera del malaffare che gestiva contemporaneamente controllori e controllati, giocatori e giocati, attraverso società intestate a mogli, figli degli amici e degli amici degli amici, compreso il C.T. novello campione del mondo.

No, dobbiamo guardare in lui il prototipo dell’italica tracotanza, della sicumera di farla sempre franca, di quella accattivante e ruspante paraculaggine tutta andreottesca – nessun riferimento ai senatori a vita – divenuta modello da imitare e che ha indotto la vox populi a coniare adagi magnifici, seppur incomprensibili alle latitudini in cui il senso civico - o della morale pubblica, che dir si voglia - prima che il codice - sportivo o penale che sia - identifica concetti come legalità e stato di diritto: “la legge con gli amici si interpreta, coi nemici si applica”, “l’avvocato influente rende il colpevole innocente” e così via, allegramente motteggiando.

Lui asserisce, senza neanche un’esitazione: “Non mi faranno fuori dal calcio. Niente da farsi perdonare.” E guardate l’espressione sicura e beffarda con cui stringe quel sigaro tra i denti.

Ma il coraggio non gli deriva dall’essere nel giusto, dalla certezza di aver sempre onorato la lealtà dello sport e l’etica di impresa, ma dal fatto di essere un ex uomo qualunque diventato uno degli uomini più influenti d’Italia, grazie alla sua spregiudicatezza, alla sua disinvoltura morale, alla sua capacità di utilizzare anche la delinquenza organizzata per far vincere lo scudetto ad una squadra che, in ottanta anni di storia, era riuscita a collezionare solo una striminzita Coppa Italia.

Non è stato uno bravo - bravo a trovare i sistemi di gestione giusti, a battersi per affermare un costume corretto sia sul piano imprenditoriale che sportivo – lui è stato uno capace – capace di intrecciare i legami, gli intrecci più solidi per esercitare pressioni e corruzione, sostenuti dal danaro, dalla notorietà, dalla lusinga, cose che poi sempre a danaro sonante si riducono, che nessuna legge può spezzare. E dunque, lui ha diritto all’immunità, perché non ha nulla da rimproverarsi: non gli attici miliardari acquisiti coi pacchi di nero frutto di discutibili intermediazioni, non le minacce agli arbitri, non la gestione di un meccanismo di controllo che affidava a lui il bello e il cattivo tempo nel mondo del calcio italiano.

Lui era nel “sistema” e si è difeso e, per non soggiacere al sistema, si è fatto tanti, troppi nemici che, alla fine, gliel’hanno fatta pagare. Il marcio, il disonesto, il delinquente, non è lui, è il sistema.Ragione che, se invocata da un ladro di polli, magari disoccupato e con cinque figli da mantenere, si trasforma subito in circostanza aggravante.

Guardiamolo bene. Questa volta, l’ho voluto raccomandare anche a me stesso. Guardiamolo bene, e vergogniamoci un po’ anche noi.


 




permalink | inviato da il 27/7/2006 alle 1:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 luglio 2006
Etica e morale:doverose puntualizzazioni.

Caro Cincinnato, farei notare a Francesco Nardi che i termini etica e morale indicano la stessa cosa. Una volta tanto il senso comune e la filosofia non divergono. Ebbene, per farla breve, basta aprire il Dizionario filosofico di Abbagnano. Alla voce etica è scritto:"In generale la scienza della condotta...." Alla voce morale: "Lo stesso che Etica". Farei notare che ammessa poi una presunta distinzione essendo i distinti identicamente distinti, la distinzione si risolve in identità. Ma questo è un altro discorso.                     
Peppino Profeta,filologo suo malgrado.      




permalink | inviato da il 24/7/2006 alle 22:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa
21 luglio 2006
Parlando di ebrei....

Il termine ebreo non mi è mai piaciuto. Come ogni altro termine che classifica gli uomini secondo la loro religione. Perché è di questo che si tratta, di una classificazione passata inosservata attraverso i secoli e giunta fino a noi, ingenerando molta, troppa confusione.

E’ rimasta celebre negli annali della TV la gaffe di Sabina Guzzanti sulla razza ebraica. Ecco, gli effetti di una anomalia protrattasi attraverso i secoli, sono questi. Perfino una persona che, certamente, non si può definire poco colta o disinformata, è caduta nella trappola.

Allora, cerchiamo di ristabilire un po’ i termini della questione.

In Medio-Oriente esiste uno Stato di diritto che si chiama Israele, dotato di una costituzione democratica – non un documento unitario, un insieme organico di leggi, ma pur sempre di costituzione si tratta - che garantisce, tra l’altro, anche la libertà religiosa. Dunque, nello Stato di Israele ci sono cittadini di religione ebraica, cristiana (cattolici, ortodossi, protestanti, copti ed altri), islamica e, probabilmente, buddisti, aderenti a scientology, atei, agnostici e, chi più ne ha, più ne metta. Fa lo stesso. E questo non riguarda lo stato, ma la vita privata dei suoi cittadini. 

Questo Stato democratico vive sotto la minaccia perenne dei suoi vicini, che tanto democratici non sono, e da cinquantotto anni, cioè da quando si è costituito per autodeterminazione, tentano di distruggerlo. E lui, quasi sempre da solo, è costretto a difendersi. E lo fa anche molto bene, almeno fino ad oggi.

Questi sono i fatti e non dovrebbero essere in discussione.

Perciò, quando si parla di sopravvivenza di uno Stato e dei suoi abitanti, le disquisizioni sugli eccessi di legittima difesa diventano chiacchiere da osteria per azzeccagarbugli di quart’ordine.

Piuttosto, a chi segue la politica israeliana da sempre, e ne ha sempre ammirato il coraggio, il pragmatismo e la trasparenza, viene spontaneo chiedersi se Olmert, riguardo alle ultime tragiche vicende, abbia davvero una strategia e quale sia.
Ma questa un’altra storia.




permalink | inviato da il 21/7/2006 alle 22:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (29) | Versione per la stampa
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